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RSS Comunicati pubblici dalle FARC-EP

Dalle armi alle parole

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Signor Presidente della Repubblica, dottor Juan Manuel Santos, signori ex-presidenti Pepe Mujica e Felipe Gonzalez. Saluti da lontano a Jean Arnault, delegato del Segretario Generale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Colombia…

Un cordiale saluto al comando delle Forze Armate, anfitrioni di questa riunione.

Oggi stiamo dando inizio alla seconda fase del processo di Abbandono delle Armi nel Dipartimento del Cauca dove prima c’era guerra e oggi fiorisce la speranza. Questa terra ha aperto, generosa, le sue cordigliere per iniziare il volo del nostro sogno collettivo di riconciliazione.

Ieri nella Commissione di Implementazione (CSIVI) con Juan Fernando Cristo, Rafael Pardo e Sergio Jarmillo, abbiamo realizzato un bilancio dell’attività dello scorso 7 giugno, giorno in cui le FARC completarono l’immagazzinamento del 30% delle loro armi nei contenitori delle Nazioni Unite, onorando così la parola data.

Non è fatto segreto dall’opinione pubblica nazionale che esistono impegni delle parti che devono essere mantenuti per far sì che il transito cruciale dalle armi alla politica avvenga senza sussulti. La citata riunione di bilancio proseguirà giovedì prossimo per raggiungere con essa gli argomenti concreti che permettano di dire ai guerriglieri riuniti nelle 26 Zone e Punti Transitori di Normalizzazione che il rispetto degli impegni da parte del Governo indicano che bisogna andare avanti con quanto stabilito.

Signor Presidente Santos: ci ha dato la sua parola che rispetterà quanto accordato con le FARC, che è vincolato alla pace e riconciliazione della Colombia… da qui, dalla Base Aerea Marco Fidel Suarez nella città di Cali, le diciamo che crediamo nel suo impegno.

Lei ha nelle sue mani la potestà condizionale di gestire in maniera esclusiva la pace e può utilizzarla per difenderla se fosse necessario. Assistiamo ad una storia di mezzo secolo di guerra in cui lo Stato si è impegnato, compatto, a fare la guerra e schiacciare la resistenza del popolo in armi.
Adesso aspiriamo a vedere questa compattezza e persistenza diretta verso la coesione di tutti i rami del potere pubblico, e istituzionali, in collaborazione armonica per costruire la pace. Esiste la minaccia di quanti vorrebbero fare a pezzi il processo e la Giurisdizione Speciale per la Pace che non possiamo sottovalutare, perché il raggiungimento di tale proposito può spingere la nostra riconciliazione sull’orlo del fallimento. Alcuni attori istituzionali hanno stanno già puntando le loro armi contro la riconciliazione, alludendo per esempio alla sostituzione della Costituzione. Altri, in mezzo all’esacerbarsi della guerra sporca, cercano di ostacolare la realizzazione della Unità Speciale di lotta contro il paramilitarismo perché vogliono, e speriamo che non lo voglia dio, proteggere persone coinvolte nel conflitto. Non agiscono né prestano l’ascia: non fanno nulla per combattere il paramilitarismo e allo stesso tempo si oppongono all’Unità Speciale che è una istituzione autonoma che solo agisce se la Procura lo fa.

Questi stessi nemici della concordia, solo per banalizzare l’atto straordinario di abbandono delle armi, si sono inventati che adesso manca la consegna del denaro, e su basi fantasiose sostengono che la creazione del fondo per le vittime e il reinserimento, darà la possibilità di lavare il denaro, senza tenere in conto il fatto incontrovertibile che nessuno, nelle FARC, ha lottato 50 anni per lucro personale. In questo contesto c’è già in atto una caccia alle streghe che persegue giudiziariamente i beni dei contadini. Oggi, il problema maggiore che semina incertezza nell’implementazione degli accordi, è proprio l’insicurezza giuridica.

Presidente, come in nessun altro processo di pace del mondo, la Legge di Amnistia approvata da 6 mesi dal Congresso della Repubblica, avanza in maniera lenta, lentissima, proprio quando la scarcerazione di combattenti senza ritardi avrebbe dovuto rappresentare un incentivo per accelerare il passo dell’insorgenza verso l’attività politica legale.

Il reinserimento economico e sociale non ha ancora la forza e l’istituzionalità che richiede, al di là delle misure basilari per risolvere aspetti fondamentali dell’individuo, che rispondono ad una politica di assistenza. La dimensione strutturale del reinserimento - che può solo essere raggiunta con le condizioni di una economia stabile - è disegnata precariamente. Ci sono ancora strane resistenze per dare le terre ai guerriglieri e guerrigliere che presto smetteranno di essere tali per poter realizzare progetti produttivi. E la nostra sicurezza fisica non gode ancora delle condizioni minime. Nè giuridiche né di organizzazione istituzionale. Tutto è in movimento.

In questo processo la preoccupazione centrale non può essere soltanto quella del destino delle armi, ma dev’essere quella del destino degli uomini e le donne che cominceranno a dare passi verso la costruzione di un nuovo paese. Da qui la necessità fondamentale di definire le soluzioni per il reinserimento socio-economiche che non è altra cosa che la terra, la casa, la saluta, l’educazione, la soluzione di necessità basilari che permettano una vita degna in un paese riconciliato. E’ dimostrato che l’82% degli accordi di pace firmati nel mondo tra il 1989 e il 2012, che solo includevano la misura del disarmo, non hanno avuto successo. La nostra esperienza no può essere quella del fallimento.

Non aiutano per nulla i dibattiti che con dubbie intenzioni occupano spazio nei media e atti a mettere in dubbio la nostra indeclinabile volontà di rispettare quanto accordato. Non solo lasciano dubbi nella opinione pubblica, costruiti su falsità o mezze verità; generano inoltre inquietudini su possibili manovre in corso per cercare di sottoporci alla giustizia penale e giustificare l’estradizione da parte di settori che vogliono impedire la concordia nazionale.

Il persistere di gruppi paramilitari e l’assassinio di leader sociali conferma che l’implementazione degli accordi trascorre in un contesto difficile. Nonostante tutto questo, stiamo avanzando perché esistono volontà e decisione politica che in termini generali riconosciamo al Governo.

Anche se il cammino da percorrere è tortuoso e pieno di ostacoli, andiamo avanti, con la ferma convinzione che stiamo iniziando una nuova pagina nella storia del nostro paese. Presidente, non deludiamo la Colombia. Per parte nostra vogliamo dirlo con convinzione: se siamo entrati in politica è per restarci, per trasformarla. Passiamo dalle armi alle parole.

Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP

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