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Il Brasile nella mira dei grandi poteri mondiali

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Scritto da: Timoleón Jiménez, FARC-EP

Le aspirazioni democratiche e progressiste dei popoli di Nostra America hanno appena ricevuto un colpo frontale nella Repubblica Federale del Brasile. Attraverso una sentenza giuridica di prima istanza si è condannato a 9 anni di prigione l’ex presidente Luis Ignacio Lula da Silva, accusato di corruzione e riciclaggio di denaro.

Non può non destare sospetto il fatto che il dirigente popolare operaio appena condannato sia a sua volta l’uomo che tutti i sondaggi danno per vincitore virtuale alle elezioni presidenziali del prossimo anno. E’ proprio lui il leader indiscusso di un movimento politico e sociale contrario agli interessi del gran capitale e al suo modello di dominio del continente.

La sentenza che colpisce Lula da Silva è dunque il primo passo per impedire il ritorno al potere del Partito dei Lavoratori e della sua coalizione, e avviene pochi mesi dopo la scandalosa destituzione parlamentaria della Presidenta, Dilma Rousseff. Non possiamo dimenticare che una votazione irrisoria nel Congresso del suo paese ha ottenuto più valore del voto di 54 milioni di brasiliani che l’avevano eletta alle urne. Oggi, il verdetto di un solo magistrato pretende aver più peso della volontà maggioritaria del popolo del Brasile.

E’ evidente che dopo che l’Organizzazione di Stati Americani ha pubblicato la sua Carta Democratica, con la quale perfino il governo degli Stati Uniti si è impegnato a condannare qualunque colpo di stato contro un governo membro dell’organizzazione, la vecchia pratica di usare la forza militare per far cadere governi e schiacciare popoli, è stata sostituita da un’altra pratica che, con maschera legale, destabilizza e rovesci governi legittimi. Lo stesso caso di Dilma si aggiunge alla lista che include Honduras e Paraguay e i tentativi falliti contro i presidenti Chavez, Correa e Evo in Venezuela, Ecuador e Bolivia.

Allo stesso tempo non può non chiamare l’attenzione il fatto che tanto i presidenti rovesciati quanto quelli che si è cercato di rovesciare siano a capo di programmi alternativi di governo, contrari a sottomettere i loro paesi alla volontà degli organismi multilaterali di credito, tipo FMI, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio. E che praticamente dal giorno della loro elezione sono diventati obiettivo degli attacchi aggressivi della grande stampa dei loro paesi, alleata alle catene d’informazione transnazionali, tutte vincolate a potenti corporazioni economiche che difendono ad oltranza le politiche neoliberiste di saccheggio dei nostri popoli.

Non è un segreto che il cancro della corruzione, legato fondamentalmente ai grandi business di imprese multinazionali nei paesi dove si seguono rigorosamente le istruzioni dei principali centri del capitale mondiale e che si esemplifica nell’arricchimento visibile di funzionari legati alle sfere alte del governo e dei loro familiari, non produce gli scossoni che invece si verificano in maniera costante quando si tratta di governi con consenso popolare accusati e condannati con procedimenti dubbi, nei quali la riluttanza ad esaminare le prove della difesa risulta evidente e reiterata.

Per iniziare si accusano di essere corrotti per poterli rovesciare, ma se questa accusa non è sufficiente, si lancia contro di loro ogni tipo di manovra finanziaria, economica, commerciale e politica con il fine di dichiarare i loro governi delle dittature insostenibili, contro le quali si promuove anche l’idea di un intervento militare straniero che verrebbe a restaurare la democrazia, come sta avvenendo oggi contro il Venezuela bolivariano e chavista.

Il solo fatto che il giudice di prima istanza abbia deciso di non privare della libertà l’ex presidente Lula, come dice espressamente nella sua sentenza, fino a che il giudice di seconda istanza non abbia emesso la sentenza definitiva (sulla quale invita ad essere prudenti onde evitare reazioni emotive serie nel paese), è chiaramente indicativo del carattere politico della sua sentenza e della sua consapevolezza rispetto alle gravi ripercussioni che la decisione può avere per il paese.

Noi che ci apprestiamo ad entrare nel mondo politico della legalità, coperti dall’insieme di garanzie promesse dal regime con il quale abbiamo sottoscritto un Accordo Finale, non possiamo rimanere indifferenti a ciò che sta avvenendo in Brasile con i casi di Dilma e Lula. In Colombia, dove le classi dominanti non hanno esitato ad affondare il paese in un mare di sangue pur di evitare l’ascesa alla presidenza di Jorge Eliécer Gaitan, e dove si inventano oggi le trappole che cercano di sotterrare le aspirazioni presidenziali di Gustavo Petro, accusato di amministrare non a favore dei loro interessi, sappiamo che dovremo affrontare ogni tipo di imboscata e colpi bassi. Le velenose dichiarazioni quotidiane del Fiscal General della Nazione del resto, già ci indicano il duro cammino che ci aspetta per poter presentare al popolo le nostre proposte.

Sappiamo che il popolo del Brasile reagirà energicamente alle pretese dei grandi poteri economici e politici. Ci auguriamo che il paese fratello trovi le formule democratiche, pacifiche e civili per evitare un inutile spargimento di sangue. Allo stesso tempo siamo certi che il popolo colombiano non permetterà che le sue speranze di pace e democrazia vengano distrutte. Siamo contro lo sfruttamento, la corruzione, l’abuso e l’inganno contro i popoli. Per questo crediamo nella loro saggezza per affrontare le grandi sfide che comporta creare il loro cammino.

Nostra America è un unico popolo che riuscirà a vincere. Per la vita, la natura, la giustizia, un futuro umano e dignitoso.

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