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Lo sciopero dei minatori, le multinazionali e Venezuela

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Gabriel Angel, FARC-EP

Continua lo sciopero dei minatori di Remedios e Segovia, nel nord est di Antioquia. La sua importanza, anche se si pensa che sia solo il problema di un angolo remoto dell’interno del paese, riguarda questioni concrete in un ambito di primario interesse nazionale, lo sfruttamento e commercializzazione dei nostri beni comuni.

A suo modo, il conflitto tra i minatori e la Gran Colombia Gold, riproduce in pieno XXI secolo la millenaria contrapposizione tra imperi e popoli sottomessi.

L’invasione e la devastazione di città e paesi potenti contro altri più deboli per impadronirsi delle loro ricchezze, sono una storia vecchia come la Bibbia, che riporta molti episodi di questa natura.

L’oro e l’argento dell’America che la Spagna arretrata portò in Europa dalle sue colonie, risultarono vitali per lo sviluppo del capitalismo, il quale nonostante il suo enorme sviluppo scientifico e tecnologico, poco ha fatto per cambiare l’immagine di minatori che lavorano come schiavi, giornate lunghissime, per le tasche dei ricchi proprietari delle miniere.

Sono questi i tempi delle corporazioni multinazionali dedicate alla speculazione finanziaria, anche se si afferma che dopo la crisi generale del 2008, esse abbiano volto il loro sguardo al settore primario. Oggigiorno, imprese quasi fantasma, con basso capitale, ottengono con metodi non sempre ortodossi, contratti per l’estrazione mineraria in paesi governati da elites indifferenti alla sorte dei loro popoli. Poi, grazie all’aumento di valore delle loro azioni, conseguenza dei favolosi giacimenti che annunciano, realizzano sugose negoziazioni nelle borse straniere. Queste stesse compagnie, grazie all’apporto di nuovi soci o ad altre società che le hanno acquisite, finiscono con lo sfruttare le miniere ottenute con ogni tipo di imbroglio.

Teorie nate nelle grandi scuole di economia di Londra, Parigi o Washington, si incaricano di pontificare che il peso tributario e le imposizioni di indole sociale allontanano gli investimenti. Così, nei paesi oggetto di investimenti minerari transnazionali, le tasse e i dazi si riducono al minimo. Si impone il concetto che la creazione di posti di lavoro diretti e indiretti, conseguenza del generoso investimento, insieme alle attività economiche collaterali, compensano la perdida delle entrate causata dalle varie esenzioni.

I nostri paesi hanno smesso di essere diretti da borghesie o latifondisti nazionali, con improvvisi attacchi patriottici che li portavano a volte a grugnire contro le grandi potenze mondiali, per essere governati da elites senza senso di patria, vincolate intimamente alle grandi reti del capitale transnazionale, preoccupate principalmente dal successo di quest’ultimo, che alla fine sguazzerà nell’aumento della propria fortuna.

E’ diventato naturale il fatto che alti funzionari dello Stato legati a queste transazioni, una volta compiuto il loro mandato, vengano assunti, come impiegati di fiducia, da queste grandi compagnie straniere.

E’ così che le potenti corporazioni saccheggiano le risorse minerarie dei paesi, lasciano ben poco profitto, sono esenti dal pagamento di varie tasse, generano poco lavoro e, quando lo fanno, pagano stipendi miserabili perché ricorrono a terzi e subappalti per contrattare manodopera. Possono espandere la loro attività a tutta l’area concessa, che include centri urbani abitati, zone di storica vocazione agricola e piccole e mediane miniere che vengono considerate illegali. Come esempio di abuso, La Gran Colombia Gold, ha minacciato la Colombia con una richiesta multimilionaria per vie legali se non garantirà il suo sfruttamento minerario nel paese.

Anche le acque richieste per lo sfruttamento minerario vengono messe a disposizione dell’enclave minerario: i fiumi, ruscelli e lagune che prima beneficiavano le comunità.

A ben vedere, si tratta di una forza di invasione che divora tutto e si avvale della protezione militare e di sicurezza dello Stato, rapida ad abbattersi con violenza su quanti si oppongono.

Le migliaia di famiglie che hanno vissuto delle miniere artigianale potranno continuare a farlo, dicono le nuove leggi, sempre che ottengano la loro licenza allo sfruttamento minerario, per la quale dovranno soddisfare gli stessi requisiti delle corporazioni: una missione impossibile. Inoltre si proibisce la commercializzazione del minerale: soltanto chi abbia la licenza potrà venderlo, che significa che, nel caso di Remedios e Segovia, nessun minatore può adesso disporre dell’oro che abbia in suo potere. Un’altra festa per gli intermediari della corporazione.

In Venezuela, una giovane rivoluzione è impegnata a recuperare le risorse per il suo popolo, contro la logica mondiale dominante. Questo la rende oggetto dell’odio imperiale e di tutte le elites neo-liberali del continente, che la attaccano senza pietà.

Ha affermato il generale Padrino Lopez [ministro della difesa], riferendosi ai traditori, che è facile essere rivoluzionario con il petrolio a 100 dollari, ma è diverso esserlo con l’embargo sulla testa.

Questo accade in una democrazia con un esercito patriottico e una potente milizia popolare. Cosa possono ottenere i minatori del nord est, soli e trattati come dei criminali?

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