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Avanti Timo

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José Antequera

In mezzo al terribile contesto politico in cui viene sacrificato anche il rispetto dell’Accordo di Pace, non ho mai smesso di pensare a Timoleón Jiménez, un uomo che si è guadagnato il mio rispetto e quello di migliaia di giovani che hanno creduto nella trascendenza storica del suo sforzo per la nostra generazione.

Dico che il contesto è terribile per quello che già sappiamo. Per quel che riguarda l’implementazione c’è una serie di problemi gravi attribuibili alla mancanza di capacità o volontà del Governo Nazionale che ci mantiene appesi ad un filo. Tra gli altri, il Piano Contestuale per la sostenibilità economica, l’amnistia, il reinserimento e la sicurezza, hanno evidenti ritardi o non compimenti che dimostrano molta improvvisazione. E sono anche la constatazione, in generale, di una lettura meschina da parte di un insieme di istituzioni che preferisce mostrare il suo mediocre petto solo per parlare di disarmo delle FARC e non assumere invece il compito reale di essere orgogliosi per mantenere la promessa che la pace significa riforme per renderla stabile e duratura.

Inoltre stiamo assistendo ad un momento critico nella configurazione delle possibili soluzioni. La fine dell’Unità Nazionale, l’offensiva di Vargas Lleras e la cieca opposizione del Centro Democratico, sono allo stesso modo l’espressione dell’allinearsi di un populismo delle destre disposto a consolidare il nuovo “noi diciamo NO”, sulla base del risentimento e della paura, da un lato, e la corruzione come forma normale di gestione delle risorse dello Stato, dall’altro.

Quelli che possono proporre una coalizione continuano ad essere più preoccupati del loro prestigio personale, la maggioranza di loro sembra più occupato a preparare una carriera futura, in caso di sconfitta, che a giocarsela tutta per vincere.

Le loro differenze sono reali, secondo me, con due visioni che si scontrano: una che convive con il neo-liberalismo responsabile della rabbia della quale si sta alimentando la destra e un’altra che propone riforme economiche serie. Ma è possibile raggiungere accordi se si sposta l’ago della bilancia sulla necessità storica di consolidare una transizione su un programma chiaro, liberandosi un poco dalla dittatura del marketing.

In questo intricato contesto penso a Timo, come già lo chiamano molti dei giovani che lo hanno ascoltato con attenzione nella Plaza de Bolívar.

Penso a quanto dev’essere difficile in questo momento mantenere l’ottimismo della volontà nonostante i tanti incomplimenti ed essere, nel contempo, il centro di tanti segnalamenti inevitabili per un proposito che, lo abbiamo sempre saputo, dipende da molti settori al di là della ex guerriglia.

Penso a lui e alla storia di molti comandanti guerriglieri e dirigenti politici che hanno dovuto assumere costi altissimi per difendere progetti di offensiva politica evitando le critiche che arrivano dalle trincee di incertezza timorose del rischio, oltre a quelle di chi annuncia il fallimento aspettando che la sua profezia si compia per essere elevato, almeno, alla posizione di profeta.

Secondo me, se c’è una persona che sta dimostrando grandezza, in questo momento, questa è Timoleón Jiménez. E nel dire questo non voglio promuoverlo nella logica del personalismo come linea corretta, cosa che ha fatto il giornalista Ivan Gallo con Jesús Santrich in un articolo in Las2Orillas, come se stesse scegliendo il suo personaggio favorito da una storia infantile.

Nel ruolo di questo personaggio oggi c’è una sfida che, penso, abbia bisogno di uno sguardo di sostegno da parte della società, che non deve necessariamente tradursi in una simpatia militante, ma che sì deve concretizzarsi in appoggio cittadino. Una sfida che non è la dimostrazione fatua di radicalismo, ma il sostegno all’Accordo di Pace firmato nel 2016 come road map verso un paese migliore.

Fonte: Colombia2020

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