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L’ultima marcia guerrigliera: una lettera di Tanja, “l’olandese” delle FARC-EP

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All'inizio di dicembre sono arrivata a La Elvira, Cauca, dopo aver vissuto quattro anni all’Avana, Cuba. Rimettersi gli stivali di gomma, riprendere in spalla il fucile, tornare a vivere in un accampamento, pur sapendo che per qualche mese fino alla messa fuori uso delle armi definitiva, non smette di produrre nostalgia.

E’ strano vivere la messa in pratica di ciò che si è discusso all’Avana per tanto tempo. Sentire che quello che lì erano virgole, firme, parole, si traducono in cambi radicali nella vita mia e di tanti compagni e compagne qui.

Cambi così drastici come quello di dover vivere l’ultima marcia il 31 di gennaio. Una cosa, la marcia, che è stata parte quotidiana della mia vita per tanti anni, giunta al termine: la fila, il pranzo con riso e fagioli, il fango, le colline infinite, i vestiti fradici, la stanchezza estrema, tanto che mi facevano male tutte le ossa. Le cadute. Ma anche lo scherzo, le battute durante la marcia, l’aiuto inatteso, il bagno e il caffettino calduccio dopo.

Impossibile non ricordare e non provare nostalgia, di quella che ti fa sentire un nodo alla gola. Un nodo che è diventato insopportabile quando eravamo ormai quasi arrivati alla Zona e incontrammo la popolazione civile che ci aspettava lungo la strada. Gridavano slogan come “Non siete soli!”, “Viva le FARC” e l’unica cosa che ho potuto pensare è stato che dovevo trattenere le lacrime visto che in questo momento e in questo posto specifico si sarebbero potute interpretare in maniera errata.

Una volta arrivati alla Zona, abbiamo confermato quello che si stava dicendo delle Zone in generale: qui a La Elvira non c’era nulla, solo tre macchine che scavavano terreno. Era ovvio che il territorio non era adatto nemmeno per costruire un campo provvisorio.

La vita guerrigliera è piena di situazioni estreme di pericolo, di difficoltà e di sopportazione fisica. Non ci caratterizziamo per piagnucolare al primo ostacolo che ci troviamo di fronte. Siamo perseveranti e troviamo sempre la soluzione a qualunque imprevisto; se non c’è soluzione, lo scherzo e la solidarietà ci aiutano ad alleviare dolori e tristezze. In confronto ai bombardamenti, marce e fame, un terreno spoglio e brullo non ci “tocca minimamente”, come diciamo nella guerriglia.

Tuttavia i guerriglieri e le guerrigliere si caratterizzano anche per avere un alto senso di giustizia, dignità e rispetto degli impegni assunti. Molte le inquietudini che si agitavano nella mia testa in quel momento: perché qualunque ostacolo che sorge al Governo viene presentato dai media come “difficoltà” mentre quelli che si presentano a noi sono presentati come “non rispetto”? Perché c’è una preoccupazione commossa quando si parla dei minori che si trovano nei nostri campi, ma non percepiamo lo stesso interesse quando si parla delle nostre mamme future o dei nostri bebè? Non ci sono strutture adeguate a garantire la cura che si meritano né le madri né i piccoli. Sarà che questi neonati per qualche ragione che non voglio comprendere, non sono soggetti con diritti fondamentali di tutti i bambini e adolescenti?

Non mi è mai piaciuto abusare di teorie di cospirazione che cercano di identificare dietro a qualunque fatto forze oscure che spingono l’umanità vedo l’abisso, cercando beneficio per una o l’altra parte. Così non voglio credere che la mancanza di strutture nelle Zone sia il prodotto di qualche strategia malvagia, ma piuttosto di una semplice incapacità da parte dello Stato di rispettare gli impegni presi.

Però, e se succede lo stesso con l’accordo sulle garanzie di sicurezza e la lotta al paramilitarismo? In questo caso una “semplice incapacità” dello Stato si convertirebbe in una minaccia reale per gli integranti del nuovo partito politico che nascerà dal passaggio delle FARC-EP alla vita civile. Smetterebbe di essere una mancanza di acqua, casa, infrastrutture per convertirsi in minaccia e morte.

So che alla fine l’ottimismo rivoluzionario sempre prevale dentro di me. So che noi, le FARC-EP, siamo capaci di apportare ciò che sarà necessario per l’implementazione degli accordi e per il nostro reinserimento nella vita civile. So anche che ci sono milioni di colombiani e colombiane che vogliono contribuire alla costruzione della pace perché così ci hanno detto nei territori.

Voglio un futuro degno per i guerriglieri e le guerrigliere delle FARC-EP.

Al lavoro!

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