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Alla guerra non torneremo, Timochenko

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Rodrigo Londoño è venuto da Cuba per commemorare il primo anniversario della firma dell’Accordo di Pace al Teatro Colon e per riunirsi con il presidente Santos e mettere sul tavolo le difficoltà che sta attraversando l’Accordo tra il governo e le FARC.


Pubblichiamo ampi stralci dell’intervista a Timochenko realizzata da Carlos Salgado R. y José Fernando Millán C. del quotidiano gratuito ADN Colombia.

Come va la salute?
Bene, va bene. Sono condannato a fare esercizio tutti i giorni ed è una buona condanna, credo, in tutti i sensi. Perché non solo aiuta dal punto di vista fisico ma anche da quello mentale.
Alzarsi al mattino, fare mezz’ora, quaranta minuti di esercizio e poi al pomeriggio, trovare quel tempo per fare ancora un po’ di esercizio.

Con chi si è rincontrato dopo la firma dell’Accordo Finale?
Non con molte persone. Non con tutti quelli con cui mi sarebbe piaciuto rincontrarmi. All’Avana era venuto un parente che quando io entrai nella guerriglia aveva cinque o sei anni. Adesso è un chirurgo, un chirurgo e cardiologo. E’ stato lui il primo a darmi notizie del mio paese. Mi aveva portato un video che aveva girato per farmi vedere tutto il paese.
E poi un rincontro molto emotivo, con mia sorella e due nipoti, che è la famiglia che mi resta. Oltre quarant’anni senza vederli. Questo durante il viaggio che ho fatto a La Tebaida. Molto veloce perché era in pieno congresso.

Parlando di politica. Come si sta preparando alla candidatura alla presidenza?
All’inizio ero molto preoccupato, perché era un compito del partito. E come ho già detto in varie occasioni, per quanto difficile o complicata fosse una missione nella guerriglia, non ho mai detto no.
E ora, in questa situazione, uno sa che è un lavoro collettivo. Bisogna lavorare intensamente e lo stiamo facendo. Dobbiamo costruire un progetto che attragga la maggioranza dei colombiani e gli faccia scegliere di sostenere la nostra candidatura. Credo che stiamo lavorando bene. Stiamo raccogliendo le opinioni della gente. Credo che questa è la forma di fare progetti, alla colombiana, con le idee dei colombiani.

Al di là delle implicazioni politiche, come essere umano, che cosa prova quando le dicono che la gente del paese lo odia?
Se avessi la certezza che fosse davvero così, non avrei accettato la candidatura del partito. Questo argomento era già stato usato nella cosiddetta fase segreta dei negoziati, quando i rappresentanti del governo dicevano: “Guardate - e lo dicevano per farci accettare quello che proponevano - qui il presidente Santos si sta giocando tutta la sua credibilità politica. Quando questo diventerà pubblico, gli va a cadere mezzo mondo addosso, perché il fatto è che non vi ama nessuno nella società colombiana”.

I fatti hanno dimostrato che era una bugia. Quando è venuto alla luce il processo di pace, come ci guardarono? Con allegria, speranza, sostegno che è quello che sento quando la gente comune mi dice “Timo, non ceda, Timo bisogna andare avanti”. Cosa provo? Non c’è nessun odio. Chiaro, c’è un settore della società molto prevenuto. Ma questo fa parte del confronto. Dei metodi utilizzati: mostrare all’avversario come un mostro per giustificare la sua distruzione. Per giustificare questa guerra così intensa contro di noi. Ma arriverà il momento in cui si potrà raccontare quello che è accaduto, ed è per questo che tanta gente ha paura della commissione sulla verità.

In cosa si differenzierà la FARC dagli altri partiti?
Dobbiamo fare una politica completamente diversa. Lasciare da una parte il clientelismo come modo di fare politica. Smetterla di cercare il sostegno della gente offrendo loro benefici personali o di piccoli gruppi. Dobbiamo darci un obiettivo comune nel quale noi staremo all’avanguardia. La decisione che abbiamo preso è porci all’avanguardia dell’insieme del popolo colombiano per costruire questa nuova Colombia che tanto sogniamo.

Come pensate di compiere questo rinnovamento di cui parla, quando ci sono tante forze così potenti che cercano di delegittimare questo processo segnalando il progetto politico come l’entrata in una crisi stile Venezuela?
Attraverso il dialogo. Dobbiamo iniziare una campagna politica che parta dall’avvicinarsi alla gente ed ascoltarla. E quando dico che ci porremo all’avanguardia,

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