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L’alternativa tra la pace e la guerra

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Sabato scorso è cominciata la campagna elettorale della FARC, con la presentazione delle candidature al Congresso della Repubblica, la Presidenza e Vice Presidenza.

 

Il palcoscenico scelto è stato Ciudad Bolivar, al sud di Bogotà, in un pomeriggio soleggiato e ravvivato dalla musica di Reincidentes Bogotà, allegria impegnata nel cambio.

Tra l’altro, la voce di questo gruppo è un militante del nuovo partito e il suo impegno va molto più in là. Si chiama Manuel Garzón ed oltre a far parte della lista di candidati alla Camera dei Rappresentati per Bogota guidata dal nostro vecchio amico e compagno Byron Yepes, è anche l’avvocato che ha accusato Santiago Uribe.

Sabato sono intervenuti, oltre a Byron (il cui nome vero è Jairo Gonzalez Mora, figlio del dirigente agricolo Gerardo Gonzalez), anche il nostro capolista al Senato, Iván Márquez, la candidata alla vicepresidenza, Imelda Daza, che ha la virtù di far venire la pelle d’oca a chi l’ascolta per sua voce potente e per il sentimento che emana, e poi ovviamente Timo, o Rodrigo Londoño.

Che ci aspettavamo una maggior affluenza di pubblico, è sicuro. Anche se non è stata così bassa come i nostri avversari avrebbero desiderato per godere della nostra solitudine. La cosa certa è che abbiamo rotto il gelo, per la prima volta in 53 anni, la FARC ha parlato in un settore popolare, in una campagna politica.

E questo ha un significato straordinario. Non solo per la storia accumulata, ma anche perché dà un volto alla paura, apertamente, con fiducia ed ottimismo. Molta gente è rimasta fuori, dicono, seguendo la manifestazione dalle transenne, indecisi se entrare del tutto. Sappiamo cosa li ha fermati: il timore di rappresaglie.

Non da parte nostra. Temono di essere  assassinati, perseguitati per la simpatia che hanno per la nostra causa. Questo è proprio quello che dobbiamo vincere in mezzo di una serie di ostilità. Che curiosamente non sembrano venire dalla forza pubblica. La Polizia e l’Esercito si mostrano disposti a collaborare in tutto per la sicurezza del nuovo movimento.

In ogni caso è necessario buttarsi in acqua. E’ quello che abbiamo visto sabato scorso. C’è stata una rilevante partecipazione dei comunisti che hanno seguito con interesse la manifestazione. E anche di varie organizzazioni, come la campagna per la libertà di Simón Trinidad, con le loro magliette, striscioni e slogans. C’era anche tanta gioventù.

Gente che non esita ad indossare la maglietta che dice FARC e il simbolo della rosa rossa. Che sventola le bandiere con la scritta “Timo Presidente”. Che canta, grida slogan e applaude emozionata i candidati. La gente del popolo, si auto-definiscono, dicendo anche di essere il partito della rosa e lo ripetono con energia sorridendo di felicità.

All’alba di quel sabato un comando dell’ELN aveva compiuto un attentato contro un CAI a Barranquilla, con un bilancio di cinque morti e oltre quaranta feriti. Ossigeno puro per l’estrema destra che non esita ad utilizzare simili attacchi contro la sinistra nel suo complesso e particolarmente contro la FARC.

E’ un peccato che attacchi di questo genere succedano proprio quando da diversi settori si ascoltano voci che chiedono dialogo di pace e un cessate al fuoco tra l’ELN e il Governo. Azioni così non suscitano simpatia, la gente in Colombia è stanca della guerra, della violenza sanguinaria, le conseguenze parlano da sole.

L’ELN dà la colpa alle violazioni del precedente cessate il fuoco, ma insiste a dialogare anche in presenza di attentati. Si confrontano cifre: 19 guerriglieri morti, 7 polizia ecc. Il governo sospende i colloqui e ordena di aumentare il fuoco. Si bombarda il Chocó. Gli uni dicono che si è trattato di un campo guerrigliero, gli altri di una comunità indigena.

I militari assicurano che la bambina indigena e l’afrodiscendente feriti sono guerriglieri. L’ELN dice che sono civili, la ONIC afferma che l’indigena era stata reclutata a forza, il generale Mejía aggiunge che l’ELN recluta a forza bambini e venezuelani disperati. In sintesi, una torre di Babele e un’escalation della violenza che non produrrà né rivoluzioni né aperture democratiche.

Dicono che in Arauca vecchi disertori delle FARC, che adesso si presentano come dissidenti e che minacciano di morte i candidati del nuovo partito, sono stati avallati dall’ELN per agire. Chissà. Una volta ho sentito dire a Gabino che dopo 50 anni di lotta con le armi non era stato possibile cambiare il paese e che pertanto era conveniente cercare altre vie.

A molti potrà sembrare ingenuità e ad altri alto tradimento, ma è chiaro che l’unica via possibile per migliorare il paese è quella scelta dalla FARC, un Accordo di Pace e un nuovo modo di fare politica.

Farlo richiede molto più coraggio che fare la guerra.

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